A New York, nelle sale ancora silenziose del Metropolitan Museum of Art, il 17 novembre si è respirata un’aria di cambiamento. Anna Wintour, che dopo l’uscita da Vogue continua a essere la regista indiscussa del Met Gala, è tornata davanti ai riflettori insieme al curatore Andrew Bolton. Il motivo? Annunciare un progetto che promette di lasciare il segno: l’esposizione 2026 intitolata “Costume Art.” Il titolo, essenziale ma potentissimo, apre le porte a una narrazione in cui il corpo diventa protagonista assoluto. Non come semplice supporto per gli abiti, ma come spazio di identità, vulnerabilità, forza e trasformazione. Un terreno fertile per un gala che, storicamente, non teme le sfide creative. Bolton, durante la presentazione, ha delineato una visione quasi poetica: il corpo come archivio di esperienze, come simbolo di diversità e come punto d’incontro tra ciò che è personale e ciò che è universale. L’obiettivo della mostra — e, di conseguenza, del red carpet — sarà esplorare tutto questo attraverso la moda, lasciando spazio a interpretazioni radicali, intime o spettacolari.
Sebbene i dettagli della serata, dagli host al dress code, rimarranno top secret ancora per qualche mese, l’annuncio ha già acceso la fantasia degli addetti ai lavori. Le maison stanno probabilmente già sfogliando archivi, studiando silhouette, immaginando nuove forme espressive per rendere omaggio a un tema che invita sia alla celebrazione sia alla riflessione. Il Met Gala 2026 si preannuncia così come una delle edizioni più introspective e, allo stesso tempo, visivamente audaci. Una notte in cui la moda non vestirà soltanto il corpo: lo racconterà, lo analizzerà e forse lo reimmaginerà completamente.
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